Da sempre si dibatte se la realtà superi davvero l’immaginazione o sia invece vero il contrario. In ogni caso, questo secondo volume presenta tre testi dell’autore che nascono o fanno più o meno esplicito riferimento a fatti di cronaca realmente accaduti.
Il primo, “Tempi Moderni – L’innocente Ovvero Quella Lunga Estate Calda”, trova spunto dalla vicenda di un uomo che, nell’estate del 1999, in Sicilia, si dimenticò il figlio di qualche mese in macchina, arrecandone la morte per disidratazione. Un fatto drammatico che, purtroppo, negli ultimi 20 anni si è più volte ripetuto con una frequenza quasi annuale in Italia e nel mondo (Belgio, Francia, Brasile) a dimostrazione di come la frenesia del vivere d’oggi faccia globalmente ormai dimenticare il valore della la vita stessa.
Il titolo, “Tempi Moderni ”, è un omaggio, un chiaro riferimento al film di Charlie Chaplin e all’omonima rivista di Jean Paul Sartre a voler esprimere un dissenso umano, etico, politico nei confronti di una società, quella moderna, tutta protesa nel perseguimento del mero successo personale a scapito del resto, di tutto il resto possibile.
Al testo venne assegnato il Premio Flaiano – Dante Cappelletti under 38. In un proprio articolo, Maricla Boggio, autrice e Presidente della SIAD, Società Italiana Autori Drammatici, così si espresse:
“Il testo di Trigona ripropone, con le differenze dovute ai tempi mutati, temi relativi all’individuo nel contesto familiare e sociale sviluppati nel teatro dell’ultimo secolo. I personaggi appartengono alla borghesia, le situazioni rispecchiano le relazioni contratte nel privato, parentale e del lavoro, restando cioè immersi nella sfera dei loro interessi, senza rialzarsi ad una visione più ampia dell’esistenza. A vent’anni dalla morte di Diego Fabbri, questi personaggi ne riproducono le condizioni di disagio e le volontà di trasgressione per i propri fini personali, avendo però perduto, nel frattempo, quello spessore morale che nei protagonisti di quell’autore emergeva, una volta scoppiata la tragedia e verificatosi l’evento. La consapevolezza della propria fragilità non emerge dai comportamenti e dalle riflessioni dei protagonisti di “Tempi Moderni “, preoccupati soltanto del proprio piacere e del proprio interesse, talvolta ammantati da una sottilissima vernice di doverosità, subito abbandonata per un feroce egoismo. I ruoli appartengono al teatro borghese dell’otto novecento – marito, moglie, bambino, cognata, amico di famiglia – con prevedibili implicazioni ed intrecci morbosi, fini al sacrificio della vittima innocente, che in Fabbri – “Processo di famiglia ” – si rendeva evidente come una sorta di nemesi esplicativa. Nel testo di Trigona, che trae spunto da un fatto realmente accaduto, la vittima viene denunciata fin dall’inizio. perché non é la suspense ad interessare l’autore, ma l’indagine sui comportamenti che hanno portato a quel risultato. L’indagine si arricchisce di implicazioni aggiuntive, che allo stress ed alla disattenzione della vita moderna socialmente portata al carrierismo aggiunge la caduta dei valori familistici, superando la trasgressione pura e semplice e sfiorando l’incesto. Non sappiamo valutare se tali elementi aggiuntivi abbiano portato vantaggi alla disperata tesi dell’autore; tuttavia la scrittura sviluppa con ardimento le svolte della vicenda, complicandole sempre di più in una sorta di tela di ragno, quasi a voler significare che niente é salvabile in un mondo corrotto, ne’ valori, ne’ affetti, ne’ pietà. La struttura drammaturgica si scandisce con ritmo serrato e incalzante attraverso un dialogo essenziale, privo di compiacimenti. Senza indicare giudizi, l’autore dimostra l’invivibilità di un’esistenza soltanto strumentale, dove anche chi non é malvagio lo diventa, magari non per azione ma per omissione. Omissione di cui é colpevole come se agisse negativamente. E questa riflessione davvero morale dobbiamo farla, tutti quanti ”.
In questa deriva culturale, civile, politica intrapresa dalla società contemporanea, non c’è scampo per l’uomo. Il processo di decomposizione sociale ha inevitabilmente conseguenze disastrose. In questa drammaturgia di testi, quindi, si passa dall’uomo alla ricerca di un spasmodico successo personale alla storia di una ragazza che, nel vuoto di valori, giunge al brutale assassinio dei propri parenti più stretti: la madre, il fratello più piccolo. È “Buio A Sinistra – Il Nodo di Gordio ”, testo ispirato a un fatto di cronaca che, nel 2001, sconvolse l’opinione pubblica generale quando una ragazzina di appena 16 anni, con l’aiuto del suo ragazzo (17 anni), uccise per odio, gelosia, risentimento familiare, la madre e il fratello più piccolo. Un delitto che mise sul banco degli imputati la ricca provincia italiana che, nella sua opulenza o forse proprio a causa di essa, appare incapace di trasmettere alcun valore umano e civile. Ogni valore è quindi annichilito e all’uomo non rimane che dare sfogo ai propri istinti anche quelli più violenti. Il nulla governa il nostro oggi e che il domani si fotta.
“Il Dio del Male ”, invece, è la noia, quell’insopportabile compagna che spesso attanaglia le persone quando non sanno come spendere il proprio tempo e non riescono a dare un senso alla propria stessa esistenza. Nasce così la tentazione di lasciarsi andare nel senso più autodistruttivo del termine. Nel 1996, nel vicentino, due ragazzine di 16 anni furono fermate dalla polizia perché sorprese a prostituirsi. Lo facevano appunto per noia, per fare qualcosa di trasgressivo che, divertendole e distraendole, desse un senso alle loro insipide vite. Qui il vuoto esistenziale è evidente, salta agli occhi fino a diventare esso stesso modo di vivere. Nei secoli, troppe menti, sensibilità, anche particolarmente dotate, si sono perse dietro l’alcool, le droghe e altro, nel tentativo di vincere la noia, di superare la propria insipienza esistenziale, l’incapacità a gestire un ingombrante se stesso e l’universo intorno. L’uomo muore anche per questo. E, quando si è adolescenti, si muore anche più facilmente. Nella noia dell’essere se stessi, nel sentirsi inadeguati alla vita, serve allora riuscire a capire quale sia il limite, l’esatto confine tra la vita e la morte. E fermarsi prima, in tempo, prima che sia tardi, no superare quel limite oltre il quale c’è il vuoto, fisico o esistenziale. Il vuoto. Bisogna guardarsi allo specchio per scoprirsi quello che si è: brutti, sporchi e cattivi. E così accettarsi fino in fondo. E non è facile. Tutt’altro che facile. In questo quadro d’insieme, io resto cattivo… “io sono cattivo”.